Entrare nella storia o esserne travolti: il paradosso della Juventus

Copertina realizzata con ChatGPT
🚨 L'ennesimo errore di Michele Di Gregorio, commesso nell'amichevole tra Juventus ed Inter, ha nuovamente portato in primo piano le discussioni sull'inadeguatezza dell'attuale portiere bianconero. Ma allargando il discorso ad altri calciatori che hanno vestito (o che vestono attualmente) la maglia della Vecchia Signora, viene fuori un quadro molto più ampio: perché calciatori che avevano fatto bene in altre piazze falliscono sempre più spesso alla Juventus?
Di Gregorio è solo l'ultimo di una lunga lista, che prima di lui ha visto comparire nomi come Lois Openda, Johnatan David, Douglas Luiz, Arthur, Koopmeiners o, più indietro nel tempo, De Ligt, Diego, Felipe Melo, Salas, Amauri, Tiago, Esnaider o Ian Rush.
Cos'hanno in comune tutti questi calciatori? Il fatto di aver compiuto un'ottima carriera, ma solo fino al momento del loro sbarco a Torino. Una volta in bianconero tutte le ottime premesse sono evaporate come neve al sole, lasciando spazio a prestazioni deludenti, quando, come nel caso di Di Gregorio, non addirittura disastrose.
Ian Rush, una sola deludente stagione in bianconero. Immagine di pubblico dominio
La domanda da porsi è una sola: perché? Perché alla Juventus, molto più di quanto accada in ogni altra piazza d'Italia, chi arriva con grandi ambizioni spesso si deve rassegnare ad andare incontro ad un fallimento?
In altre parole, com'è possibile che un centrocampista totale come Koopmeiners, in grado di trascinare l'Atalanta alla conquista dell'Europa League solo un anno prima, considerato da molti come uno dei più forti e versatili mediani d'Europa, si trasformi nel giro di pochi mesi in un brocco che si palleggia letteralmente in faccia?
O cosa può essere capitato a Lois Openda, una punta da 25 goal a stagione, per risvegliarsi nel corpo di un brutto anatroccolo del pallone, non più in grado di centrare la porta nemmeno da due metri? E ancora, perché il miglior portiere della Serie A della stagione 2023/24 oggi sembra un dilettante allo sbaraglio, bucato nella maggior parte dei casi dal primo tiro verso la sua porta?
Può sembrare un paradosso, ma per rispondere a questa domanda bisogna procedere in modo omeopatico, citando tutti i grandi campioni che hanno vestito la casacca bianconera. Partendo dal capitano e simbolo, Alessandro Del Piero, per giungere ai vari Buffon, Zidane, Nedved, Thuram, Platini, Trezeguet, Pirlo e molti altri (la lista completa sarebbe troppo lunga).
Molti di questi sono andati incontro ad un iniziale periodo di ambientamento, non scevro da critiche e dubbi sull'opportunità del loro ingaggio, ma tutti hanno saputo riprendersi alla grande ed entrare a pieno titolo nella storia del club più glorioso d'Italia. Il motivo è semplice ed è una questione di spalle larghe, testa e di carattere. O se preferite, di una parte "doppia" più intima del corpo maschile che racchiude tutte le precedenti considerazioni.

Alessandro Del Piero, immagine di pubblico dominio
A meno di casi clamorosi, come fu quello di Cristiano Ronaldo, quando un calciatore arriva alla Juventus si rende immediatamente conto della differenza di importanza tra la sua nuova casa e il vecchio club. I novellini al loro primo giorno vengono accompagnati immediatamente allo stadio e al museo, trovandosi subito a confronto con il peso della storia.
Il giro continua lungo i corridoi della sede, dove si viene travolti dall'aura dei quadri di Boniperti, Sivori, Scirea, Zoff, Del Piero o dello stesso CR7, immortalati mentre alzano trofei. Si leggono frasi motivazionali pronunciate dai miti del passato bianconero e di fronte a quest'aria di grandezza che si respira ad ogni centimetro si può reagire in due modi: sentirsi orgogliosi e motivati, per essere entrati a far parte della storia di un club glorioso, o inadeguati e impauriti dal peso del passato.
E tutto questo, che piaccia o no, in Italia accade solo alla Juventus. A casa della Signora non si celebrano due o tre scudetti, portati a casa a distanza di trent'anni l'uno dall'altro. Non si mitizza ancora adesso l'unico periodo di vittorie risalente a sei o sette decenni fa, una Coppa Italia vinta per sbaglio o una Conference Legue portata a casa dopo cento anni di irrilevanza calcistica, ma si appoggiano le radici in quasi un secolo e mezzo di successi, campioni e trionfi, in Italia, in Europa e nel Mondo.

Da sinistra, Tardelli, Cabrini, Platini e Brio, vecchie glorie della Juventus anni '80. Immagine di pubblico dominio
Il calcio è fatto di cicli, più o meno fortunati, più o meno vincenti, ma se le altre realtà possono contarne al massimo un paio, la Juventus nella storia dei trionfi c'è sempre stata e ci sarà sempre. Chi vince oggi sa che, presto o tardi, la festa finirà e si tornerà nell'immenso calderone delle "altre", mentre il bianconero continuerà a splendere per sempre.
Tutti lo sanno, anche chi per campanile lo nega con tutte le sue forze, reagendo al "complesso di inferiorità" con un becero odio sportivo. Lo ha dimostrato lo stesso Luciano Spalletti, il giorno della sua presentazione, con quel selfie scattato davanti al logo della Juventus. Un gesto mai compiuto in nessun altro club, una sorta di messaggio a sé stesso: " Ce l'ho fatta, più in alto di così non posso arrivare".
Di Gregorio non è il primo e non sarà l'ultimo di una lista di fallimenti, che si allungherà sempre di più, ad un ritmo maggiore di qualsiasi altra realtà italiana. In fondo, anche in una corsa, stare al passo dei mediocri è molto facile, stare a quello dei migliori un'impresa che riesce a pochi.
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