Quando Davide batte Golia: la storia del "Miracolo sul ghiaccio" - When David defeats Goliath: the story of the ‘Miracle on Ice’ [MULTILANGUAGE]

Immagine di copertina tratta da Wikipedia (Fair Use)

IMPRESA STORICA |
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Negli ultimi giorni dell'anno 1979, le truppe dell'Unione Sovietica invadono l'Afghanistan. L'allora presidente americano, Jimmy Carter, nel tentativo disperato di recuperare consensi in vista delle elezioni dell'anno dopo, annuncia che se i sovietici non si fossero ritirati dal Paese, gli atleti degli Stati Uniti non avrebbero partecipato alle Olimpiadi estive del 1980, in programma proprio a Mosca.
Prima di giungere a quell'evento tuttavia, che gli atleti americani effettivamente diserteranno, come quelli di molte altre nazioni, sono in programma a febbraio dello stesso anno le gare olimpiche delle discipline invernali, nel suggestivo scenario di Lake Placid, nello Stato di New York.
L'evento più atteso da tutti è senza dubbio il torneo di hockey su ghiaccio, che in pieno clima da guerra fredda vede come unica favorita proprio la grande nemica, quell'Unione Sovietica che proveniva da quattro medaglie d'oro, conquistate nelle ultime quattro Olimpiadi, e che non perdeva una partita nel torneo dal 1968.

Francobollo emesso dalle Poste Sovietiche per celebrare il torneo Olimpico di Hockey del 1980. USSR Post, Public domain, via Wikimedia Commons
I suoi giocatori risultano formalmente non professionisti, come previsto dalle regole ufficiale del CIO dell'epoca, ma in realtà, pur essendo inquadrati come militari, si battono tutti nel campionato russo e negli altri migliori tornei, in giro per il mondo, mentre la rosa americana, affidata al coach Herb Brooks, è composta esclusivamente da ragazzini presi dalle università.
Nonostante l'età media più bassa della storia della nazionale di Hockey statunitense, appena 21 anni, Brooks è convinto di poter disputare un ottimo torneo, allo stesso livello delle migliori nazionali del mondo, anche se il 9 febbraio 1980, appena tre giorni prima dell'inizio ufficiale del torneo, la squadra americana deve andare incontro ad una pesante doccia fredda.
Al Madison Square Garden di New York, gremito in ogni ordine di posti e rumoroso come non mai, è in programma l'ultima amichevole prima dei Giochi. Avversario? L'Unione Sovietica, la squadra più forte del Mondo.

Una partita di hockey al Madison Square Garden di New York. Richiekim at English Wikipedia, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Nella testa di Brooks, una buona prestazione contro le superstar mondiali della disciplina avrebbe aumentato l'autostima e la fiducia dei suoi ragazzi, diventando propedeutica per la disputa di un torneo da protagonisti, ma sul ghiaccio dell'arena newyorkese sono proprio i grandi rivali a trionfare, annichilendo la squadra americana per 10-3, tra sorrisi e giocate di scherno.
Il giorno dopo, sulle colonne del New York Times, il celebre giornalista Dave Anderson distrugge i ragazzi di Brooks, definendoli inadeguati ad un livello così alto. Secondo Anderson, per battere la squadra sovietica alle imminenti Olimpiadi, gli USA avrebbero dovuto sperare solo che il ghiaccio dell'arena di Lake Placid si sciogliesse. In altre parole, sperare in un miracolo.

Jack O'Callahan, Coca-Cola, Public domain, via Wikimedia Commons
Il confronto con i sovietici si trasforma in un boomerang, minando la fiducia dei ragazzi a stelle e strisce, che per di più in quella notte terribile perdono anche il prezioso difensore Jack O'Callahan, infortunatosi al ginocchio in una delle azioni del match.
Alla prima partita, gli americani lottano con grande cuore contro la Svezia, una delle nazionali più forti del torneo, ma passano praticamente tutti i sessanta minuti ad inseguire gli avversari, ritrovandosi, a trenta secondi dalla fine, in svantaggio per 2-1.
Il pubblico dell'impianto di Lake Placid è già pronto a raccogliere le bandierine per tornare a casa, quando con un tiro della disperazione, scagliato da lontano, William Baker riesce a scavalcare il portiere svedese, regalando ai suoi un insperato pareggio.
Quel goal cambia tutto e regala nuova linfa ai ragazzi di Brooks, capaci di ottenere quattro vittorie nelle restanti partite del girone e di classificarsi così al secondo posto, dietro proprio alla Svezia. L'appuntamento è per il gruppo finale, composto dalle quattro squadre chiamate a disputarsi le medaglie, e che comprende anche le prime due dell'altro girone: la Finlandia ed ovviamente i fortissimi sovietici.

Herbert Brooks, coach della nazionale americana di Hockey alle Olimpiadi del 1980. New York Rangers / NHL, Public domain, via Wikimedia Commons
L'URSS, la squadra più forte del Mondo, fino a quel momento non ha solo vinto, ma addirittura annichilito gli avversari: 16-0 al Giappone, 17-4 all'Olanda, 8-1 alla Polonia, oltre alle vittorie "normali" contro avversarie più quotate, come Finlandia, regolata 4-2, e Canada, 6-4.
Se mai servisse ricordarlo, sono loro gli strafavoriti per la medaglia d'oro, anche in virtù della particolare formula del torneo, che lascia in eredità alle squadre, anche nel girone finale, il risultato ottenuto contro la rivale già affrontata nel primo raggruppamento.
Stati Uniti e Svezia partono così da un punto, il pareggio per 2-2 fatto registrare nella gara d'esordio, mentre l'Unione Sovietica è già in testa al gruppo finale, per via della vittoria sulla Finlandia. E la prima delle due rimanenti è proprio quella tra le due grandi nemiche.
Il pubblico di Lake Placid ci crede e circonda il palazzetto fin dalle prime ore del mattino con migliaia di bandiere americane sventolanti, così come il coach Herbert Brooks, che prima di iniziare il match recita ai suoi giocatori uno straordinario discorso motivazionale, che inizia così:
Se nell'Hockey contasse solo il talento, voi questa gara non la vincereste mai...

Il portiere Jim Craig, Boston Bruins, Public domain, via Wikimedia Commons
Ma per fortuna, nell'Hockey, come nello sport in generale, non è solo il talento a determinare i risultati. Nella testa dei giocatori aleggia ancora quella terribile notte di venti giorni prima e i ragazzi a stelle e strisce partono quasi bloccati dalla paura.
L'Armata Rossa si porta subito in vantaggio, ma i beniamini di casa pareggiano dopo una manciata di minuti. La parità dura poco e i sovietici si riportano avanti, cominciando a dominare la partita. Dalle parti del portiere, Jim Craig, piovono tiri a ripetizione, ma il ragazzo del Massachusetts riesce miracolosamente a respingerli tutti, diventando l'eroe della serata.
Il primo periodo sta per finire ed essere sotto di un solo goal sembra già un successo per gli americani, che tuttavia riescono, contro ogni aspettativa, di nuovo a pareggiare poco prima dello scadere, grazie ad una papera del portiere avversario.
E' qui che i pluri-campioni olimpici iniziano a perdere la testa e buona parte delle loro convinzioni inziali. Il coach Vladimir Myschkin sostituisce il portiere, per dare una sferzata alla squadra, ma a far la differenza con i rivali non è certo la tecnica, quanto la carica agonistica dei sei americani in campo e degli undicimila sugli spalti.

L'arena di Lake Placid, denominata Herb Brooks in onore del coach americano. KevinTR at English Wikipedia, CC0, via Wikimedia Commons
I padroni di casa corrono come matti e picchiano come fabbri, pagando spesso questa loro aggressività con l'inferiorità numerica. E' proprio da una di queste situazioni di power play che i sovietici ripassano in vantaggio, per la terza volta nella partita, concludendo il secondo periodo in vantaggio 3-2.
Lo scenario ipotizzato da Brooks per poter avere qualche chances di battere i più forti del mondo si stava incredibilmente materializzando: arrivare a venti minuti dal termine col fiato sul collo degli avversari, per poi giocarsi tutto nel rush finale.
L'ultimo periodo è una vera e propria battaglia, con l'arena trasformata in una bolgia. Per non farsi sovrastare fisicamente, anche i ragazzi di Myschkin, che hanno subito l'aggressività americana per tutta la partita, cominciano a rispondere e a giocare duro, finendo però per pagare a loro volta con l'inferiorità numerica.
Da una di queste situazioni nasce il goal di Mark Johnson, in grado di riportare il punteggio ancora in parità e con i sovietici definitivamente in bambola e confusi, sia mentalmente che tatticamente, un minuto più tardi si verifica l'azione decisiva del match: il disco scivola verso il capitano, Mike Eruzione, incredibilmente solo davanti al portiere avversario e con un tocco preciso finisce in fondo alla porta, per il primo vantaggio americano.

Mike Eruzione, SconosciutoUnknown author, Public domain, da Wikimedia Commons
Sugli spalti sventolano diecimila bandierine americane e si alza ripetutamente il grido U-S-A, che proprio da quel giorno diventerà caratteristico del tifo americano durante di tutti gli appuntamenti casalinghi delle squadre a stelle e strisce.
L'Armata Rossa si butta in avanti alla ricerca del goal del pareggio, ma sbatte ripetutamente contro i bastoni, i corpi e i caschetti degli avversari, in molti casi capaci di immolarsi fisicamente pur di impedire loro il tiro.
L'ultimo minuto della partita assume i contorni della leggenda. I sovietici, per la prima volta negli ultimi quindici anni, sono costretti alla mossa della disperazione, rinunciando al portiere, per sostituirlo con un sesto uomo di movimento, ma non cambia nulla.
Undicimila voci accompagnano, scandendo il countdown degli ultimi secondi, quella del telecronista dell'evento, Al Michaels, che chiude la sua leggendaria telecronaca con una frase destinata a rimanere alla storia:
Do you believe in miracles? YES!
P.S. Gli Stati Uniti vinceranno anche la successiva gara con la Finlandia, laureandosi campioni olimpici.
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